Partendo da questo fulgido esempio, il nostro Paese è chiamato a far emergere la sua unicità, ancor più oggi, tra le molteplici crisi che lo scenario globale presenta.
Guerre commerciali, tensioni geopolitiche, aumento dei costi energetici e ritorno dei dazi stanno ridisegnando gli equilibri internazionali. Nel 2025 il commercio mondiale ha registrato un rallentamento che l’avvio del 2026 sembra acuire, con ridottissime prospettive di crescita e dinamiche sempre più divergenti tra le grandi economie.
Anche l’Italia mostra segnali di forte rallentamento: il peso dell’industria sul PIL si ferma al 16–17%, lontano dal 20% delle economie europee più solide
Eppure, il quadro non è completamente fosco: i dati più recenti evidenziano anche una certa capacità di tenuta del sistema produttivo. Va ricordato infatti che nel 2025 le esportazioni sono cresciute del 3,3%, registrando la migliore performance tra le principali economie europee e tra i Paesi del G7. E la bilancia commerciale ha migliorato il proprio saldo di circa 2,5 miliardi di euro, nonostante il peggioramento degli scambi con Cina e Stati Uniti.
A livello globale l’Italia si conferma tra i protagonisti del commercio internazionale: è terza al mondo per surplus commerciale (esclusi energia e veicoli) e tra i primi esportatori per diversificazione produttiva, con circa 1.000 prodotti in cui figura tra i primi tre Paesi al mondo per saldo commerciale.
“Il Made in Italy dimostra una forte resilienza, ma il contesto è cambiato radicalmente”, commenta Valter Quercioli, Presidente di Federmanager. “Tra dazi, tensioni globali e competizione internazionale crescente, le imprese italiane devono affrontare una fase nuova. Senza un rafforzamento della base industriale e organizzativa il rischio è perdere competitività”.
Il sistema produttivo italiano si distingue per una struttura diffusa, fatta di filiere, distretti e PMI, capace di adattarsi ai cambiamenti anche grazie alla diversificazione dei mercati e dei prodotti. Proprio qui, però, emergono anche i principali limiti.
Tra questi, per Federmanager vi è sicuramente la carenza di management nelle imprese, soprattutto in quelle di piccole e medie dimensioni.
Sono circa 20.000 oggi le Pmi dotate di una struttura manageriale adeguate e queste rappresentano, non a caso, la componente più dinamica e competitiva del Made in Italy. L’obiettivo che il Paese deve porsi è di estendere questo modello ad almeno altre 20.000 imprese, per sostenere produttività, innovazione ed export.
“Più manager significa imprese più solide, più capaci di innovare e di competere sui mercati internazionali”, prosegue Quercioli. “La managerializzazione è la leva che consente di accompagnare l’industria italiana in un processo di crescita strutturale”.
Un’indicazione in questa direzione arriva anche dal Libro Bianco del MIMIT, che individua le filiere strategiche del Made in Italy – dalle tradizionali “5A” fino ai settori emergenti ad alto contenuto tecnologico – e pone al centro la necessità di rafforzare competenze e capacità organizzative e manageriali.
In un contesto segnato da transizioni profonde – digitale, energetica e ambientale – la capacità di governare complessità e innovazione rappresenta un fattore competitivo decisivo.
“Serve una politica industriale chiara e stabile, ma soprattutto serve capacità di esecuzione”, conclude Quercioli. “Il futuro del Made in Italy dipende dalla qualità delle imprese e delle persone che le guidano. Il management è la leva che trasforma strategie e investimenti in risultati concreti”.
Anche le Istituzioni dovranno fare la loro parte, per incrementare non solo la sostenibilità di impianti e macchinari con soluzioni più performanti, ma dedicare la stessa attenzione per favorire la diffusione di profili manageriali certificati.
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